Negli ultimi anni si sono moltiplicati corsi che promettono di trasformare una passione per i viaggi in indipendenza economica rapida. Il messaggio del vivere raccontando viaggi è seducente: libertà geografica, entrate automatiche, vita finanziata dai social. Tuttavia, tra promesse e realtà esiste uno scarto significativo. Parlare seriamente di blogging richiede numeri, struttura e trasparenza sugli obiettivi, non solo storytelling motivazionale, come puoi approfondire in questo articolo.
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Il vero modello di business dietro ai corsi per travel blogger e travel content creator: quando si guadagna dai corsi e non dai viaggi
Molti aspiranti travel influencer cercano corsi per imparare questo lavoro, convinti che possa sostituire un’occupazione tradizionale in tempi brevi. Le pubblicità parlano di libertà geografica, entrate automatiche e vita nomade finanziata dai social. Le testimonianze mostrano uno stile di vita senza pensieri e promesse di indipendenza economica. Tuttavia, la realtà operativa del settore è molto più complessa.
L’idea di vivere viaggiando è incredibilmente seducente, ma non basta frequentare un corso per trasformare una passione in uno stipendio stabile. Vivere di travel blogging significa generare entrate da collaborazioni con enti del turismo, affiliazioni, advertising o servizi collegati al blog e ai social. Diverso è costruire un business in cui la fonte principale di fatturato deriva dalla vendita di corsi che insegnano come diventare travel blogger o content creator. Dinamiche simili si osservano anche in altri settori digitali e professioni online.
Quando chi vende corsi guadagna principalmente dalla formazione e non dal travel blogging
La differenza non è solo narrativa, ma strutturalmente economica. Come modello di business non c’è nulla di scorretto: la formazione può essere un’attività legittima e perfettamente redditizia. Diventa delicato quando la comunicazione non esplicita chiaramente la struttura complessiva delle entrate dell’attività, perché questo può generare aspettative non allineate rispetto agli obiettivi reali del corso.
Un esempio concreto può essere una comunicazione fortemente centrata su viaggi frequenti, collaborazioni visibili sui social e uno stile di vita presentato come sostenuto prevalentemente da blog e social media, senza spiegare con chiarezza che una parte significativa del fatturato deriva dalla vendita di percorsi formativi. In questo scenario, chi acquista potrebbe ritenere che i risultati economici mostrati siano replicabili esclusivamente attraverso blog o social media, senza considerare il peso della formazione nel modello complessivo.
Se la fonte primaria di fatturato è la formazione, il viaggio nel caso del travel blogging può diventare soprattutto uno strumento di marketing e posizionamento. La sostenibilità economica dipende quindi in larga misura dalla capacità di attrarre iscritti ai corsi, più che dalle sole performance editoriali o dalle collaborazioni turistiche. In questi casi è utile distinguere tra competenza nel settore insegnato e competenza nella costruzione di un sistema di vendita digitale.

Le strategie di marketing più usate: newsletter e ads martellanti, countdown e offerte che tornano ciclicamente
Chi lavora nel digitale riconosce immediatamente alcuni schemi ricorrenti: sequenze di newsletter quotidiane, campagne pubblicitarie pervasive su ogni piattaforma, countdown che annunciano la chiusura imminente delle iscrizioni e offerte “irripetibili” che puntualmente tornano dopo poche settimane. Si tratta di tecniche di funnel marketing strutturate, studiate per massimizzare le conversioni e mantenere costante il flusso di nuovi iscritti.
Queste strategie non sono scorrette in sé. Sono strumenti legittimi di vendita e vengono utilizzate anche da professionisti della formazione e da strategist con solidi case history. Tuttavia, quando la comunicazione è centrata quasi esclusivamente su lanci, riaperture, sconti e urgenza, può essere utile interrogarsi su quanto peso abbia la vendita dei corsi rispetto all’attività professionale insegnata.
Un professionista realmente affermato nel proprio settore può certamente fare pubblicità, ma non necessariamente ha bisogno di una pressione costante e ciclica per generare nuove iscrizioni. In molti casi sono i risultati concreti e il passaparola dei clienti a sostenere la domanda nel tempo. Questo può essere un segnale di posizionamento: quando la reputazione professionale è solida, una parte significativa della domanda nasce dalla fiducia costruita nel tempo, non solo dalle dinamiche di urgenza promozionale.
La mia esperienza con i corsi di blogging: perché non ho mai promesso che si può vivere solo di blog
Anni fa, subito dopo l’apertura della partita IVA, avevo creato corsi di blogging rivolti alla community. Si trattava di un’iniziativa circoscritta nel tempo, nata con l’obiettivo di condividere competenze pratiche su SEO, struttura degli articoli, WordPress, posizionamento e opportunità di collaborazione nel settore turistico.
L’esperienza era stata molto positiva e diverse partecipanti avevano utilizzato quelle basi per sviluppare il proprio percorso professionale nel blogging. Questo è il risultato di cui vado più fiera. Non escludo la possibilità di organizzare nuovamente momenti formativi in futuro, ma si tratterebbe, come allora, di un’estensione coerente del mio lavoro e non dell’attività centrale.
La mia formazione professionale deriva da esperienze in banca, recupero crediti, amministrazione aziendale e controllo costi. Gestire un’attività significa leggere bilanci, fare previsioni di spesa e valutare la sostenibilità nel tempo. Nel mio percorso, il blogging rappresenta una parte del lavoro, non l’unica fonte di reddito. Questa indipendenza mi consente di parlare con lucidità di numeri, limiti e realtà del settore.
I corsi non erano, non sono e non saranno il mio core business. Non ho mai venduto l’idea che bastasse aprire un blog per lasciare il proprio lavoro nel giro di pochi mesi. Ho sempre detto che il blogging può diventare un lavoro, ma solo con tempo, competenze e una struttura imprenditoriale solida. Molti blogger professionisti hanno altri lavori.
Chi ha partecipato ai miei corsi aveva apprezzato proprio questo approccio realistico. I feedback ricevuti nel tempo mi hanno confermato che parlare in modo trasparente di difficoltà, numeri e sostenibilità era ciò che molte blogger cercavano davvero: strumenti concreti, non promesse rapide.
Come si guadagna davvero come travel blogger e content creator nel mercato italiano: numeri, limiti e realtà
Nel mercato italiano le entrate di un travel blogger o content creator raramente provengono da una sola fonte. Le collaborazioni pagate esistono, ma i budget sono spesso contenuti e non sempre continuativi. Le affiliazioni richiedono volumi di traffico elevati per generare cifre significative e i banner pubblicitari producono risultati proporzionati ai numeri reali di visite.
Essendo un’attività da libero professionista, sugli incassi del blog vanno pagate le tasse, oltre alle spese di commercialista, marche da bollo, hosting, dominio, ecc. come in tutte le imprese online. In pratica, salvo casi con volumi di traffico molto elevati, gli importi fatturati direttamente dal blog difficilmente corrispondono a uno stipendio pieno.
Molti professionisti integrano con servizi collegati: consulenze, gestione social, UGC, copywriting o organizzazione di viaggi. Senza diversificazione, è difficile costruire un reddito stabile. Parlare di “vivere solo di blog” nel contesto italiano richiede grande cautela e una valutazione concreta dei numeri.
Collaborazioni, affiliazioni e advertising: quanto rendono davvero in Italia
Nel settore del travel blogging non esistono statistiche ufficiali e standard condivisi su quanto si possa guadagnare con collaborazioni, affiliazioni o advertising, perché i risultati dipendono da molti fattori come traffico, nicchia, pubblico e capacità di negoziazione.
Per dare un’idea empirica, per generare entrate significative da pubblicità come Google AdSense servono volumi molto alti di traffico, altrimenti i ricavi possono restare molto contenuti. Inoltre, rispetto a un blog in lingua inglese, le ads in italiano sono pagate molto meno.
Anche i guadagni provenienti dai programmi di affiliazione nel settore travel possono variare moltissimo a seconda dei clic e delle conversioni reali generate dai link sul blog o sui social. In generale però un blog con centinaia di migliaia di visite al mese ha un potenziale di guadagno molto più alto rispetto a uno con traffico più modesto.
Persino le collaborazioni con enti del turismo o brand non hanno una tariffa standard in Italia e vengono negoziate caso per caso in base al profilo del content creator e dei contenuti richiesti. L’importo che puoi chiedere per pubblicare un guest post è quello che riesci a negoziare e può partire da poche decine di euro per arrivare a diverse centinaia.
In sintesi, non esistono soglie fisse o garantite di guadagno per travel blogger nel mercato italiano: i redditi reali sono variabili e dipendono da diversi fattori di mercato.
Servizi collegati al blog: consulenze, UGC, social media management e organizzazione tour
Nel mercato italiano molti travel blogger costruiscono la sostenibilità economica non solo attraverso blog e social, ma offrendo servizi collegati. Le consulenze su SEO, strategia editoriale, posizionamento o media kit rappresentano una naturale evoluzione dell’esperienza maturata sul campo.
Tra le attività più richieste c’è l’UGC, acronimo di User Generated Content: si tratta di contenuti foto o video realizzati per brand e strutture turistiche che li utilizzano sui propri canali, senza necessariamente pubblicarli sui profili del creator. In questo caso il valore non è l’influenza, ma la capacità di produrre contenuti autentici e utilizzabili a fini commerciali.
Molti blogger lavorano anche come copywriter, scrivendo testi per siti web, newsletter o campagne digitali nel settore travel. A questi si aggiungono social media management e organizzazione di tour o viaggi di gruppo. Diversificare significa trasformare competenze editoriali in servizi professionali continuativi, non direttamente legate al blog.

Perché la diversificazione delle entrate è l’unico modello sostenibile nel travel blogging
Il travel blogging è un settore esposto a variabili che non dipendono dal singolo professionista: cambiamenti negli algoritmi, stagionalità del turismo, riduzione dei budget marketing, fluttuazioni del traffico organico.
Basare il proprio reddito su una sola fonte, come l’advertising o le collaborazioni occasionali, significa accettare un livello di instabilità molto alto. Per questo motivo, l’idea che sia sufficiente aprire un blog o crescere su Instagram per vivere raccontando viaggi in modo stabile e continuativo non riflette la struttura economica reale del settore italiano.
Nella pratica, chi lavora in modo professionale nel travel blogging costruisce modelli più articolati, con più flussi di entrata. Il punto non è sminuire il lavoro di chi integra con altre attività, ma chiarire che la sostenibilità economica deriva quasi sempre da una strategia imprenditoriale complessa, non da un’unica fonte legata ai viaggi raccontati online.
Cosa emerge dalla community Travel Blogger Italiane: blog come secondo lavoro, attività principale o hobby evoluto
Parlando con le blogger della community Travel Blogger Italiane emerge un quadro molto chiaro, in cui il blogging è una passione che può diventare un lavoro, ma difficilmente un lavoro full-time. Ciò di cui c’è maggiore necessità sono spiegazioni realistiche, non narrazioni semplificate.
Alcune blogger raccontano che le entrate generate dal blog sono interessanti e proporzionate al tempo dedicato, ma non rappresentano né ambiscono a rappresentare uno stipendio fisso mensile. Altre sottolineano quanto sarebbe utile parlare di “vivere di blogging” in senso più ampio, includendo ciò che può affiancare il blog.
C’è poi chi non ha necessità di un reddito diretto dal blog. In questi casi l’attività non è percepita come lavoro in senso stretto, ma rimane centrale: grazie alle collaborazioni con enti del turismo o tour operator, permette di partecipare a blog tour completamente spesati e di vivere esperienze altrimenti difficili da sostenere autonomamente.
Esiste infine un altro percorso, meno raccontato ma concreto: alcune blogger hanno utilizzato il blog come leva per riposizionarsi professionalmente, diventando consulenti in ambito digitale, SEO, content strategy o turismo. Il blog, in questi casi, non è stato il punto di arrivo, ma lo strumento che ha reso visibili competenze trasferibili e ha aperto nuove opportunità professionali, affiancandolo a una seria formazione professionale.

Conclusione: più trasparenza sugli obiettivi e meno storytelling motivazionale
Il travel blogging può diventare un lavoro reale, pur con i numeri, i limiti e la complessità del mercato italiano. Deve però essere affrontato come un progetto imprenditoriale strutturato e sostenibile nel tempo, senza lasciarsi trascinare dall’idea semplificata di poter vivere con i viaggi in modo immediato.
La formazione non è il problema. Esistono corsi seri, tenuti da professionisti competenti, che offrono strumenti concreti e spiegazioni chiare sui modelli di ricavo e sulle difficoltà del settore. Allo stesso tempo, esistono percorsi che mettono maggiormente l’accento sull’aspetto motivazionale e presentano una visione più semplificata delle dinamiche economiche.
Distinguere tra questi approcci è fondamentale per chi investe tempo e denaro. Cosa ne pensi? Condividi nei commenti la tua esperienza con i corsi di blogging.

3 commenti
In Italia purtroppo vivere solo di blogging è quasi impossibile: ci riescono solo persone che hanno iniziato a farlo da molti anni o che sono talmente bravi da essere riusciti a crearsi una base enorme di followers. Vendere l’idea che basti seguire un corso per svoltare la propria vita è abbastanza squallido: purtroppo molti cadono nell’illusione non sapendo che ci vogliono tante capacità, tanto tempo e tanto studio per trarne un buon guadagno.
Il sogno è bellissimo, renderlo reale richiede molto lavoro!
… e io che avevo già il corso “diventa blogger entro ieri e guadagna soldi veri viaaggiano” nel carrello… che faccio? Lo lascio o lo tolgo?😂
Comunque è così in tutti i settori che riguardano l’online e in giro c’è pieno di gente che vende corsi tipo “apri il tuo negozio online e diventa ricco!” e normalmente se vai a vedere bene, è pure gente che manco ha un negozio….